Upanisad dello Yoga

Eros Selvanizza – Presidente Federazione Italiana Yoga

Lo scopo principale dello Yoga è quello di ridimensionare l’ego. Sull’ego  Swami Sivananda scrisse: “Ego ed egoismo, ahamkara, è il principio di autoaffermazione nato dall’ignoranza. Il seme di questo ego è l’intelletto che differenzia. E’ l’ego che ha creato l’idea di separazione dal Brahman, dall’Assoluto. L’ego è la radice, causa di tutte le umane sofferenze, ed inoltre della nascita e della morte. Il lavoro dell’egoismo è molto misterioso. E’ necessario un sottile ed acuto intelletto per scoprire le sue operazioni. Se praticate l’introspezione giornalmente,in silenzio, sarete capaci di trovare i suoi misteriosi modi di operare. Questo ego identifica se stesso con il corpo, la mente, il Prana ed i sensi. Ovunque c’è l’ego ci sono egoismo, senso del mio, simpatia ed antipatia, passione, ira, ipocrisia, orgoglio, gelosia, desideri sottili, brame, attaccamento a questa vita terrena ……..Questo ego si nasconderà come un ladro quando voi comincerete l’introspezione e l’autoanalisi. Eluderà la vostra comprensione. Dovete essere all’erta e vigilanti. Se ottenete la grazia dell’Assoluto attraverso Japa, Kirtan, meditazione e devozione, potete facilmente uccidere questo ego. Solo attraverso la grazia dell’Assoluto il vostro abbandono diventerà perfetto. Quando questo piccolo ego si fonderà  nell’ego cosmico, voi raggiungerete la comunione con il Brahman e la realizzazione del Sé ”.

Sono parole che meriterebbero di essere meditate a lungo. In questa lettura c’è una frase che ci consente di collegarci sia a Patanjali che alle Upanisad dello Yoga: “Solo attraverso la grazia dell’Assoluto il vostro abbandono diventerà perfetto”.

Patanjali ci pone davanti a due strade: una è quella di una pratica molto raffinata, anche se nei Sutra non è dettagliata e l’altra è quella che ci indica: Ishvara Pranidhana, l’abbandono a Ishvara. Entrambe le strade sono in comune con le Upanisad dello Yoga. L’abbandono a Ishvara, il reggitore dei mondi, può essere tradotto nella cultura occidentale come il Dio personale, colui che, con la sua coscienza espansa, coordina e fa vivere tutto l’Universo che conosciamo. L’abbandono totale significa dissoluzione dell’ego, in cui c’è apertura verso una nuova coscienza.

Per capire le Upanisad dello Yoga, che non sono quelle vediche, classiche, bisogna ricordare l’invasione ariana, intorno al 1800 a.C. Gli Ari seguivano la religione vedica, estremamente ritualistica, ma che si preoccupava degli altri, della società. Adempiendo al proprio dharma,quindi solo se fa bene il suo dovere, l’individuo si salva. Il guerriero deve ben combattere, il coltivatore ben produrre e così via. La salvezza è così una questione di atti con valore collettivo. Lo Yoga invece insegna a ricercare la salvezza individuale.

Tuttavia i primi riferimenti sullo Yoga risalgono proprio alle Upanisad più antiche, quelle vediche.

Ad esempio nella Taittiriya Upanisad troviamo: “L’essere del Conoscitore è fatto di fede, di verità, di esattezza rituale, di maestà e di Yoga”, e ancora “lo yoga è la sua anima”.

Le tre Upanisad vediche, La Katha, la Maitri, La Svetasvatara, presentano l’immagine del carro, cioè il corpo umano, tirato da cavalli indisciplinati, i sensi, che il cocchiere, che simboleggia il pensiero, non riesce a guidare.

Nella Katha Up. leggiamo: “Riconosci il Sé come il viaggiatore in un carro. Il corpo è il carro, l’intelletto è il cocchiere, la mente sono le redini, i sensi sono i cavalli, gli oggetti dei sensi sono il terreno, l’insieme di Sé, mente e sensi, i saggi chiamano colui che prova piacere”.

Invece la Bhagavad Gita, che pare risalire al V secolo a.C., non si occupa più di teologia vedica. E’ un testo straordinario impregnato di Yoga, così tanto da dare il titolo di “yoga” ad ognuno dei suoi diciotto capitoli: yoga della conoscenza, yoga della meditazione, della devozione e così via. Krishna nella Gita è chiamato il Signore dello Yoga.

E’ comunque con Patanjali che si giunge allo Yoga propriamente detto. Leggere un sutra equivale a leggere l’indice di un libro di cui non possediamo il contenuto e così ci si affida ai molti commentatori. Come abbiamo detto, Patanjali pone due alternative: o sei abbandonato totalmente ad una devozione sconfinata sufficiente a se stessa, oppure ti sottoponi ad una serie di pratiche molto rigorose che ti porteranno a stati di coscienza modificati che lui elenca nel primo capitolo dei Sutra, Samadhi Pada. Ogni sutra di Patanjali è in sintesi un’intera lezione che il Maestro dà al discepolo.

Ci sono legami tra tutti questi testi ed è quasi certo che Patanjali li conoscesse. Questi testi  in realtà fanno riferimento ai Veda che sono il background a cui hanno attinto, anche se nei Veda il concetto di Yoga viene sepolto, mentre nella Gita viene espresso in modo evidente.

I sutra di Patanjali sono comunque considerati il testo più scientifico che sia stato scritto sullo Yoga. Descrivono metodi pratici per vedere al di là dei sensi e della mente, per elevare il livello di coscienza, ottenere profonda saggezza e esplorare il potenziale della mente, trascendendo la mente stessa. Un testo senza dubbio pratico. Non concepito per esercizi intellettuali.

Le otto membra di Patanjali, yama, niyama, asana, pranayama, pratyahara, dharana, dhyana e samadhi, ritornano anche nelle Upanisad dello Yoga. Molti identificano Patanjali col Raja Yoga che include, in realtà, anche altri sistemi, non solo quello di Patanjali. Come ad esempio Kundalini , Kriya, Mantra e Dhyana Yoga.

Le Upanisad classiche, in generale, sono il prolungamento della letteratura vedica, esclusivamente ritualistica. Ma ad un certo punto, a causa delle nuove dottrine risalenti intorno al VII, VI secolo a.C., nascono più di 200 opuscoli, decisamente “moderni” per quei tempi, se messi a confronto con i Veda. C’è addirittura una Allah Upanisad che tiene conto dell’arrivo dei Mussulmani in India.

E lo Yoga, a quei tempi comunque considerato eretico, se voleva integrarsi col bramanesimo, perché doveva convivere con la religione dominante, era necessario che preparasse velocemente dei testi con legami vedici. Sono così nate più di venti Upanisad, composte in data indeterminata, quelle che presero il nome di “Upanisad dello Yoga”.

Fra queste, come la nadabindhu upanisad, vi sono upanisad più vedantiche, che parlano ad esempio sia  della sillaba  Om che dei benefici dello Yoga. Altre più squisitamente yogiche.

In generale sono piuttosto grossolane, se paragonate a quelle più antiche e sono composte in quartine per facilitarne l’apprendimento a memoria. Sono quindi lontane dal rigore dei Sutra di Patanjali e anche dai migliori commentatori.

Nelle otto upanisad a noi pervenute, attraverso la traduzione dal sanscrito di Jean Varenne, vi sono elementi comuni, una sorta di unità che si rifà a teorie di origine tantrica, più o meno conosciute al tempo di Patanjali. Teorie unite dalla devozione alla Dea come Kali, Parvati, ecc., che sono personificazioni della potenza divina, la Sakti.  Queste upanisad celebrano la gioia e la pace dell’anima liberata che può finalmente riposare nel suo luogo di origine che è il Signore. Quindi godere della beatitudine dell’unione tra Siva e Sakti e l’ascesa della kundalini. Questi punti non sono presenti in Patanjali anche se però si potrebbe forse affermare che in Patanjali ci siano in embrione, e non espressi chiaramente, gli elementi per il risveglio della kundalini.

Per capire meglio queste upanisad bisognerebbe considerare la psicologia vedantica e i chakra.

Gli elementi trattati in queste Upanisad dello Yoga sono: asana, che ritroviamo anche nei Sutra di Patanjali (II,46), mantra (hamsa), il concetto di nadi, la descrizione dei vayu, il fuoco, sia espresso come legame con la ritualità dei Veda (agni), fuoco sacrificale che tende al Divino, che come ardore della ricerca (tapas), kundalini e chakra.

Vi sono però anche altre pratiche, meno tantriche e più vicine alla psicologia vedantica: il pratyahara, cioè la capacità di ritirare i sensi dalle influenze esterne e soprattutto interne, l’allenamento al kumbhaka, ritenzione del respiro, visto come un potente elemento per il risveglio della kundalini, pranayama, dharana, cioè la concentrazione, mudra e bandha.

I testi di riferimento per le Upanisad dello Yoga, sono considerati non ortodossi, anzi eretici.

L’ortodossia classica è invece rappresentata da Patanjali.

La filosofia di base di queste Upanisad è che questo mondo non è unico, ma parte di un tutto, esiste una gerarchia di mondi, materiale, astrale, causale, sovrastati dal mondo di Brahma. L’unione con l’Assoluto è ottenibile con il risveglio di Kundalini.

Il corpo ha una sua valenza, è transitorio, ma non illusorio come dice il Vedanta ed è da integrare. Un altro concetto di base è tat tvam asi, “tu sei quello”.

Le tappe delle pratiche yogiche delle Upanisad dello Yoga sono le stesse di quelle di Patanjali con alcune differenze di ordine minore e si rifanno alle otto membra presenti nei Sutra, yama, niyama, ecc.

Una delle più importanti è la Yogatattva Upanisad, dal titolo italiano “La vera natura dello Yoga”.

Questa Upanisad, di 144 versi,  ci parla anche degli otto stadi dello Yoga:

“E adesso lo Hatha-yoga.
Gli otto gradi che comprende sono i raffrenamenti e gli obblighi,
le posture e la disciplina del soffio,
la ritrazione dei poteri sensitivi,
la fissazione del pensiero,
e, da ultime, la meditazione profonda
e l’Enstasi finale”.(verso 24)

Fonte: YogaItalia – dicembre 2013

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